Arrivo a Majuro, la capitale. Erano già le 9 di sera, decisi di passare la notte all’aeroporto e l’indomani con calma sarei andato a trovare un posto per dormire. Fortunatamente il piccolo aeroporto aveva un bar. Mi siedo al bancone ed ordino una birra (3$). C’erano altre 3 persone che incuriositi dal mio arrivo, mi chiedono da dove arrivavo. Gli racconto un po’ il viaggio che avevo fatto per arrivare fin lì e come pensavo di continuarlo, accennando il grande problema che avevo con il visto per Nauru. Tra di loro c’era Damien, che era niente di meno che, il responsabile dell’ufficio immigrazione, mi lascia il suo numero e mi dice che avrei potuto chiamarlo Lunedì, se avessi avuto problemi, in più conosco Kenneth, il quale una volta sentito che avrei passato la notte in aeroporto, mi dice che se avevo un’amaca avrei potuto dormire sul suo terrazzo, naturalmente accettai.
Il giorno seguente mentre mi accompagnava in centro città mi dice che le Isole Marshall sono formate da 26 atolli, molti non abitati e che all’anno non vengono più di 1.000 turisti. Mi lascia davanti al Flame Tree hostel, nel cuore di “downtown”. Il building era decrepito, gli chiedo se potevo vedere una stanza e chiamarla stanza ci vuole un gran bel coraggio.
Le stanze erano attaccate l’una con l’altra e divise da una sottile lastra di cartongesso che non arrivava neanche fino al soffitto, praticamente privacy zero. In stanza c’era solo un letto ed un ventilatore, neanche un mobiletto o una sedia per appoggiare lo zaino, ma per 20$ mi andava bene così, e poi era l’unico backpacker che c’era, ed io l’unico cliente. Mi recai subito allo IOM per prendere info riguardanti il visto per Nauru. Ero riuscito a scannerizzare ed inviare tutti i documenti necessari, ora dovevo attendere un invoice con il quale avrei pagato il costo del visto e dopo di che me lo avrebbero spedito tramite e-mail. Per la connessione internet bisognava andare alla ATN, comprare una carta che per 5$ ti dava la connessione per tutto il giorno, da usare solo dove c’erano gli hot spot, il più vicino al Flame Tree era il Marshall Island resort.
L’atollo Majuro da punta a punta misura 40 Km. La strada sarà larga un centinaio di metri e sia a destra che a sinistra solo acqua, ma purtroppo le spiagge non sono paradisiache come si può pensare, ossia l’acqua è bella limpida, ma c’è molta non curanza intorno, e le spiagge sono quasi inesistenti. Mi ricordo che Kenneth mi disse che le due estremità le chiamano Rita e Laura. Rita come Rita Hayworth e Laura come Lauren Bacall, nomi che gli americani misero quando vennero per contrastare le truppe giapponesi, a sentire Kenneth, Laura beach era la spiaggia più bella.
L’ostello aveva solo un pregio, nella sala comune dove c’era anche un piccolo “ristorantino” c’erano anche un paio di tavoli da biliardo, la mia felicità. Quella sera la passai a giocare a biliardo, bere birra e a fare conoscenza con qualche persona del posto, a fine serata molti già conoscevano l’italiano che sapeva giocare a biliardo…:)
L’indomani come svegliato andai subito a controllare l’email, l’invoice era arrivato, andai subito all’ufficio dello IOM e usando il loro pc riuscii ad inviare il pagamento, ora dovevo solamente aspettare il visto. Avendo tutta la giornata a disposizione ne approfittai per organizzarmi qualche escursione. Volevo andare a visitare l’atollo di Arno, ma purtroppo c’era l’emergenza della Dengue fever e tutti gli spostamenti erano bloccati, continuai a chiedere informazioni in giro e alla fine mi dissero che l’unico posto dove sarei potuto andare era l’isola di Eneko, facilmente raggiungibile con un ferry che partiva davanti al Reimers Hotel, andata e ritorno 30$, e la signorina mi disse di portare con me cibo e bevande in quanto sull’isola non c’era assolutamente nulla, naturalmente si poteva dormire solo in tenda, ( anche se poi vidi un paio di casette), io avevo la mia preziosa amaca.
Sveglia alle 08:00, corsa al supermercato, prendo un po’ di carne essiccata, carne in scatola, banane, frutta, pane, qualche biscotto, un gallone d’acqua ed un mosquito repellent, mi dirigo al pier ed alle 09:00 si parte. La giornata non era delle migliori e dopo aver passato un paio di isolotti arriviamo ad Eneko. Scendo solo io dalla barca, ed il capitano mi dice che sarebbe tornato alle 17, io gli risponde che se il tempo fosse migliorato sarei rimasto un paio di giorni. Come metto piede sulla sabbia mi guardo intorno e non vedo nessuno, solo in lontananza due tende, situate nel posto migliore della spiaggia. Mi avvicino, era una famiglia di Sudafricani, Alvin e Marylin, con due bambini di 6 e 10 anni, Teresa e Ryan, carinissimi. Nelle vicinanze trovo subito un bel posticino per piazzare l’amaca sotto un grande albero, poso lo zaino, mi metto il costume, prendo gli occhialetti e l’attimo dopo sono già in acqua.
Non c’era molta visibilità, ma l’acqua era fantastica ed una discreta barriera corallina, faccio un po’ di snorkeling, due bracciate e poi esco. Una bella passeggiata mi fa aumentare l’appetito e visto che si erano fatte le 12 torno dove avevo le mie cose per prepararmi a pranzare. Mi sistemo sotto l’albero pronto a mangiare, quando Alvin mi viene a chiamare e mi dice se volevo mangiare con loro, così li raggiungo. Mettiamo sia io che loro tutto quello che avevamo su un tavolino e come se fossimo amici da una vita abbiamo diviso il mangiare che avevamo, Teresa la piccolina era innamorata della carne essiccata che avevo portato, io ne approfittai dell’ottima anguria che avevano.
Dopo pranzo vado ad esplorare un po’ l’isola. Era piccolissima, una spiaggia lunga un paio di cento metri, non essendoci ne negozi, resort o quant’altro vedevi natura ovunque. Mentre camminavo esce il sole, ho impiegato un secondo a tornare all’amaca prendere gli occhialetti e via in acqua. Stavolta la visibilità era perfetta, bellissimi coralli e pesci di ogni genere, mi raggiunge anche Alvin e ci facciamo un bel giro insieme. Come rientriamo Teresa e Ryan mi chiedono se volevo giocare con loro, come dirgli di no. Così tra castelli di sabbia, salto alla corda e svariate arrampicate sugli alberi, che con i loro lunghi e possenti rami si prestavano benissimo a tale disciplina si erano fatte le 17. Avrei potuto farmi un altro bel bagno, ma tra poco si sarebbe fatta notte e visto l’emergenza Dengue, era meglio preparare il tutto prima che il sole sorgesse. Durante il giorno non le avevo notate, ma leggermente nell’interno c’erano due casette, una era occupata da 4 persone che stavano preparando un barbecue. Mentre ci passo davanti mi chiamano e mi dicono se volevo mangiare qualcosa con loro, erano Nepalesi, avendo conosciuto e visitato il loro paese natale sapevo della loro ospitalità, accettai volentieri.
Avevano con loro chili e chili di carne e birre a non finire, ci siamo seduti e abbiamo mangiato e bevuto a sazietà. Loro erano affascinati dai miei racconti e dalle mie avventure, io interessatissimo dal loro lavoro. In modo particolare uno di loro, era un fisico, ed era stato mandato lì per valutare i danni che i test delle bombe atomiche avevano provocato alla gente del posto. Mi ricordo questa frase:” Nicola immagina quello che successe a Nagasaki ed Hiroshima,” ( ed io lo sapevo bene, in quanto quando andai a visitare questi due posti e mi informai accuratamente su quali furono le conseguenze) continuando mi disse:” ora pensa che su questi atolli per ben 5 anni hanno lanciato quasi una bomba al giorno, per un totale di più di 2.000 bombe atomiche lanciati intorni a questi atolli”. Molta gente durante quel periodo fu costretta ad abbandonare questi posti paradisiaci e gli americani in cambio gli offrirono il libero accesso per andare a vivere in qualsiasi posto che facesse parte dell’America, isole comprese, lui era qui per quantificare i danni e per far rimborsare coloro che avevano avuto gravi conseguenze per colpa dei test nucleari.
Quella sera il tramonto fu fantastico, la compagnia spettacolare, la notte stupenda, avevo piazzato l’amaca ad un passo dall’acqua, sull’estremità di due lunghi rami, mi addormentai con il dolce suono dell’oceano e mi risvegliai con i primi raggi di sole.
Quella mattina sia Alvin con la sua famiglia, che le due coppie del Nepal ,rientrarono sull’isola principale, io decisi di rimanere un’altra notte, nessuno arrivò, passai tutto il giorno da solo. La giornata era fantastica, un sole spettacolare. Rimasi tutto il giorno in acqua, ogni tanto mi sdraiavo sul bagno asciuga per riposarmi e poi di nuovo a fare snorkeling, uscivo solamente perché, quando mi immergevo in profondità, la pressione era coì forte che gli occhialetti mi premevano sul naso provocandomi un bel fastidio. Durante il giorno mangiai quello che mi era rimasto. Poi nel tardo pomeriggio mi sono arrampicato su di un ramo che godeva una fantastica vista e da lì mi sono goduto un altro fantastico tramonto.
Rientrai a Majuro il giorno seguente. Era Lunedì. Mercoledì sarei partito per Nauru, ma ancora non avevo ricevuto il visto. Rimasi tutto il giorno al MIR ( Marshall Island Resort ) giusto per tenere sott’occhio l’email. Il resort aveva una bella terrazza sull’acqua, i prezzi erano abbordabili e rimasi lì per pranzo, e conobbi Vladimir, un ragazzo tedesco che come me stava facendo il giro delle isole del Pacifico. Quel pomeriggio ricevetti il visto, ero così contento che bisognava festeggiare. Così io e Vladimir andammo al Flame Tree per un brindisi. Altro che brindisi, ci saremmo bevuti una decina di birre a testa. Eravamo di festa e andammo avanti tutta la notte. Il giorno seguente Vladi partì per Kiribati, io rimasi un altro giorno, riprendendomi dalla sbornia della sera prima e così arrivò il giorno di lasciare anche quest’isola per l’atteso stato ove vi raccomando vivamente di fare il visto con molto tempo in anticipo.
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