L’isola è molto piccola, dall’aeroporto c’è solo una strada che ti porta in città e da lì un’altra che fa il giro dell’isola. Dovevo raggiungere il South Park Hotel, 40$ a notte e distante una mezz’oretta di cammino, anche stavolta come esco dall’aeroporto una macchina si ferma e mi da un passaggio fino all’Hotel.
L’Hotel era molto basic, camera un po’ spartana, ma aveva una bellissima vista sull’oceano. Il ristorante dell’Hotel offriva per 7.50$ un pesce intero fatto alla griglia, ottimo. Esco per dare un’occhiata alla città, praticamente c’erano 4 strade, di cui una era quella principale. Non c’è quasi nulla, giusto un paio di negozi, una banca, un’ufficio postale e qualche negozietto che vende souvenir, poi vedo un centro turistico, entro e chiedo info, la signora era veramente felice di darmi tutte le indicazioni possibili e dopo 20 minuti esco pieno di brochure e cose da vedere. Gli avevo chiesto anche se mi poteva suggerire un posto per la sera, mi indica il Mangroove Bay bar.
Il posto come dice il nome era situato su una piccola baia, praticamente era sull’acqua. Prezzi ok, una birra 3$ ed un fish and chips 9$. Conosco il manager, Tony, un tipo un po’ bizzarro, si offre per venirmi a prendere l’indomani e portarmi a visitare l’isola. Ci incontriamo al ristorante del South Park, quando gli dico che pagavo 40$ a notte mi dice che potevo stare a casa sua, aveva un divano e me lo avrebbe offerto volentieri, accetto.
Quello stesso giorno andiamo su l’unica spiaggetta dove ci si poteva fare un bagno, tutto il resto della costa era roccia o mangrovie. La spiaggia si trovava a Nord dell’isola, più precisamente al Nett Point. Una spiaggetta lunga una dozzina di metri, ma l’acqua era cristallina, così ci siamo fatti un bagno. All’ora di pranzo Tony è dovuto andare a lavoro, io mi sono diretto sull’isola di Sokehs, il piccolo ponte che univa le due isole era vicino al Mangroove Bay bar.
Da dire che; nell’isola non ci sono buses, ma macchine private che girano in continuazione, quando vuoi le fermi, sali, e scendi quando vuoi, prezzo fisso 1$, a prescindere se fai 100 metri o qualche km.
Le escursioni da fare erano 2, la prima era il Cammino Giapponese, così chiamato in quanto durante la loro occupazione ci avevano costruito un’avamposto. Bisognava raggiungere la sommità della montagna, una salita da paura, un culo della madonna. Durante il cammino c’erano cannoni, rifle pit e crateri formati dalle bombe degli aerei americani. Vicino al posto di comando c’era ancora un’immenso cannone, vecchio ed arrugginito, ancora puntato in direzione del mare e ben nascosto dalla vegetazione. Raggiungo la sommità, per essere onesto la vista era bellina, niente di eccezionale, ma al solo pensiero che durante la seconda guerra mondiale era stato posto che ha testimoniato le dure battaglie del pacifico, ha certamente un gran valore storico.
Ridiscendo, prendo una macchina che con 1$ mi porta all’inizio del secondo trekking, per andare a visitare la Sokehs rock, un’immensa scogliera che prometteva una gran vista, anche qui naturalmente bisogna arrivare in cima. Si raggiungeva la sommità con un’oretta. Si comincia con il salire dei “gradini” nascosti tra le erbacce, poi i gradini sparivano e la salita diventava sempre più dura. Ad un certo punto spariva anche il sentiero, e dovevo continuare seguendo un condotto dell’acqua, fino a che mi ritrovai davanti una bella roccia di 4 metri, c’era una corda con la quale potevi aiutarti, significava anche che era la strada giusta. Una volta in cima si cammina in equilibrio su delle rocce fino ad arrivare ad una vera e propria parete alta un 40 metri. Anche qui c’è una corda, diciamo che la salita non è delle più difficili, i tubi dell’acqua erano ben saldi sulla parete, ma se perdevi la presa o scivolavi, e la roccia era abbastanza scivolosa, facevi un volo dove l’esito era sicuro. Mi son fidato più delle mie mani che del condotto e con molta attenzione raggiunsi la cima. Ora non vorrei far pensare che devi essere un climber per quest’ultima parete, ma son sicuro che più di qualcuno ci abbia rinunciato. Ma una volta lì sopra, tutta la fatica fu ripagata.
Mi sono inoltrato tra le rocce a filo con lo strapiombo, fino ad arrivare dove il panorama era visibile a 360°. Si vedeva l’intera isola, ma la vista più bella era l’immensità del pacifico. L’acqua aveva un colore stupendo, anche da quell’altezza riuscivo a vedere il fondale, i colori dell’acqua si fondevano con quelli del cielo, dando ancor più valore a quel senso di infinità. Rimasi lì una mezz’oretta poi riscesi e a mio dire la discesa è stata ancor più dura della salita. Ero esausto. Come tornato in strada aspetto un po’ per la macchina e poi passaggio diretto fino alla casa di Tony.
Grazie a Tony che aveva anche una macchina, ho potuto visitare quasi tutte le attrazioni dell’isola.
Prima di tutto l’attrazione principale, il Nan Madol, le rovine più antiche di Pohnpei, situate a Sud dell’isola, un 20/25 km di distanza. La strada per raggiungerle è di una bellezza che solo madre natura può regalare. Alberi da frutto di ogni genere: banana, carambole, papaya, ananas ed altri che neanche conosco il nome. Sei circondato da una fitta vegetazione, qui è la natura a farne da padrona. Più volte il governo americano ha tentato di costruire strade, ma gli abitanti risposero che preferivano avere meno strade piuttosto che disboscare colei che li nutriva.
Visto che per arrivare alle rovine bisognava passare su di una proprietà privata, si doveva prima pagare un dollaro a persona, poi dopo un cento metri altre 3$ per la macchina ed infine 5$ per visitare le rovine. Alla vista non mi hanno fatto sobbalzare il cuore, sicuramente in passato avranno avuto il loro splendore, ma per il fatto che da una parte sono costeggiate dalla natura, dall’altra parte dal reef con una stupenda vista della costa, devo dire che hanno il loro fascino. Non descriverò le rovine, ma vi dirò solo una curiosità; parte della struttura fu costruita con delle immense travi di roccia di montagna, nessuno si spiega come siano potute arrivare sin lì, trasportarle era impossibile, i misteri della storia….:)
Poi facemmo il giro delle cascate, prima le Kepirohi falls. Molto belle, ma era domenica, i locali ci andavano per passare una giornata in famiglia, era strapieno di gente, siamo subito andati via e ci siamo diretti alle Lududuhniap falls. Erano due cascate, una piccolina, un 7/8 metri, ma formava una bella piscina sottostante, poi l’acqua si riversava in una più grande, più o meno il doppio, è lì che ci siamo fermati e ci siamo fatti un bel bagno.
Sono rimasto altri giorni a Pohnpei, ripetendo un po’ le stesse cose, ma concentrandomi per le due prossime tappe, non tanto per le Isole Marshall, ma più per visitare Nauru, il quale richiedeva un visto difficile da ottenere.
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